lunedì 27 agosto 2012

Rileggiamoli: L'avvocato di Piazza Mazzini



Tutto quello che c’è da sapere sulla famoserrima legge di Murphy, è che quando proprio non pensi che una cosa accada, quella succede. E viceversa il contrario. Per cui, secondo questo contorto principio diviene letteralmente improbabile fare previsioni. E se una cosa deve accadere, senza che tu l’abbia mai considerata, quella accade e ti stupisce. Ok, tutto questo contorterrimo preambolo per introdurvi questa simpaticissima storiella di qualche tempo fa. Dopo un’orrenda e pesante mattinata di lavoro, ed un’inutile pomeriggio passato a sentire una psicologa sarda che parla di improbabili teorie, inattuabili nel mio ambiente lavorativo, vengo chiamato a rapporto dal mio mega boss.

“Mi deve fare una grande cortesia questa sera”. Questa sera? Che pizza questo orribile vecchietto con problemi di sciatica pronunciata, penso. “Alle 19 circa dovrebbe raggiungere il nostro avvocato per la causa contro l’assicurazione e dargli tutte le informazioni che servono”. Ecchecazzo penso. Adesso mi ci manca anche il domiciliare dall’avvocato. “Deve andare a piazza Mazzini, ok? Penso che non ha problemi!” Certo, io mica ho una vita inutile e orribile da non vivere. Io sono solo il suo zerbino, sottopagato che deve sbrigarle tutti i suoi inutili e inesistenti problemi. Essere inutile e fuori luogo. “Ok, spero di non fare tardi, allora vado!”.

Fuggo a casa, doccia e scappo verso piazza Mazzini. Zona che adoro e conosco visto che ci ho vissuto per un anno e mezzo circa. E se tutto va come deve andare a breve ci torno. Comunque arrivo, trovo subito parcheggio (incredibile), decido di fumare una sigaretta e accendo grindr per ingannare l’attesa. Noto che dall’ultima volta che ci sono stato c’è stato anche un notevole ricambio. Ma la cose che mi stupisce è che ad un metro da me ci sono ben due persone. Vabbè, non è il momento, sono le 19 passate, finisco la sigaretta ed entro nel palazzo. Al primo piano c’è questo fantasmagorico studio di avvocati, e appena entrato almeno tre di loro stanno andando via.

“Sera, senta io avrei un appuntamento per nome e conto di quell’idiota del mio capo supremo… Mica è tardi?” (ovviamente non ho detto proprio così!). “Certo che no, venga si accomodi qui sul divano, a breve il mio collega la riceverà”. Dice questa sorta di Allie Mc Beal di Crotone. Entra e avverte il suo collega, che però non riesco a vedere dallo spiraglio della porta. Lo studio è tempestato di quadri e drappi che mi sembra l’ottocento in un secondo. Mi metto a giocare a Robot Unicorn per scacciare la noia che già mi si palesa dopo solo cinque minuti di attesa. Che palle. Anche se dall’interno sento solo l’incessante battere dei tasti del pc e pochissime parole.

Venti minuti dopo. 19:45. Decido che ne ho quasi abbastanza. Insomma, che cazzo di palle. Ma ti vuoi muovere avvocato del cazzo di piazza Mazzini? Ma chi ti s’incula. Spazientito e affamato, dopo una giornata nettamente orribile sopra la media. Metto il telefono nella tasca della borsa e spazientito mi alzo per sgranchire le gambe. E finalmente, la porta si apre. Era ora. Escono tre mignotte (d’altronde siamo a Prati) e si affaccia questo avvocato. E valalalasss. In realtà più che un avvocato davanti a me avevo un adone bono da soffocare e svenire all’istante. Alto, castano/semibrizzolato, occhio verde sui 38/40 anni, tonico quanto basta. Sorride.

“Salve, posso?”. “Certo prego! Scusami per l’attesa, ma è stata una giornataccia”, abbozzando un mezzo sorriso ed indicandomi la seduta con la mano. Mi siedo e appoggio sulla sedia affianco a me la borsa. “Si non si preoccupi, è stata una giornataccia!” Concordo sorridendo. Lui in camicia bianca, giacca e cravatta, si libera subito dell’inutile soprabito e mi indica la cravatta sottolineando “Mica dispiace se me la tolgo?”. Per me puoi toglierti tutto come se non ci fosse un domani. “Ma certo, si figuri” dico in realtà! Abbozza un sorriso e comincia a farmi una settantina di domande inutili e noiose su persone, dichiarazioni, cose accadute e assicurazioni. Ovviamente io rispondo prontamente.

Finito l’interrogatorio durato almeno altri venti minuti, finalmente il bell’avvocato si rilassa un attimo. Apre un cassetto alla ricerca di qualcosa. Estrae un pacchetto di sigaretta e tenendolo tra le mani mi chiede se mi da fastidio. “Assolutamente no, solo se posso fumarmene una anche io” rispondo prontamente. Lui annuisce in un sorriso dolcissimo. Io mi asciugo la bava alla bocca. E con la coda nell'occhio, immaginate dove cade la mia attenzione? Sul suo pacco, ovviamente, visibile per via della scrivania di vetro. Ma subito cambio direzione. Insomma, ci manco solo che mi sgama. Mi accendo la sigaretta e lui si alza per avvicinarmi il posacenere. “Comunque puoi darmi anche tu del tu, sei così giovane…” dice, e mentre si risiede non può fare a meno di ravanarsi il segreto Augello.

Sorrido. E comincio a preoccuparmi. Quest'uomo spruzza ormonella da tutti i pori, ed io comincio a dare di matto. Come sempre. Intanto si risiede e rilegge tutto quello che ha scritto al pc. Io cerco di concentrarmi, ma l’occhio ricade sempre sul suo packaging interessanterrimo. Lui se la legge e fuma, e poco a poco inizio a sentire caldo. Ecco sono una zozza, sfigata e orrenda. Finisce finalmente di leggere questo cazzo di verbale e zac. Un’altra ravanata al pacco. Ma perché, mi chiedo al limite di una crisi epilettica? Quando, finalmente, inaspettatamente e sorprendentemente avviene la svolta.

“Ma lo sai che hai un viso conosciuto?” mi dice aggrottando le sopracciglia perfette che io leccherei all’istante. “Ma, non so.” Rispondo con poca sicurezza. Insomma mi sarei ricordato di un toro del genere. “Si eppure io sono convinto di averti visto da qualche parte… Non ricordo assolutamente dove però”. Io non rispondo. Esito, non so che dire. Insomma ma dove mi hai mai potuto vedere. Proprio in quel silenzio, mentre attendeva una risposta da me, il dramma si palesa come se non ci fosse un domani. Come se ci fosse solo la fine. Dal mio telefono arriva un messaggio su grindr, con il suo indiscutibile e riconoscibile suono. Io rimango vago, ma un ghigno si disegna sul suo volto.

“Ah. Ecco, adesso ci sono. Adesso ho capito tutto”. Io non oso immaginare. E non voglio immaginare che sia così. E invece. “Ho visto la tua foto su grindr, quel suono è inconfondibile.” No vabbè. Lo guardo seriamente, prendendo il telefono: “Dove? Ma non so proprio che cosa intendi”. Falsa come le mille lire, sblocco il mio iphone, e di conseguenza apro l’applicazione e lì a un metro di distanza la foto di un petto tatuato e villoso. Pallino verde. Ussignur ma è proprio l’avvocato che ho di fronte a me. E zac, nuova ravanata a quel pacco devastante. Che visto così, bè ecco, era molto più grande di prima.

Insomma mi stavo mettendo nei guai. Di lì a poco, la legge di Murphy di cui sopra trovo pieno compimento. “Guarda che non c’è niente di male”. Io diventavo rosso. Ma l’ormonella stava arrivandomi alle orecchie. “Io non ti capisco. Cos’è non hai le palle?”. Mi chiede. “Ma no, non è questo. Che discorso è poi questo, che c’entra?”. Rispondo cercando di calmare le acque. Insomma, non ero molto in vena, come forse ben sapete. E invece, no. Perché il mio interlocutore era in piedi intento a scartare quel suo pacco sottolineando, seriamente, “Vedi, io le palle le ho!”.

E che palle. Delle grosse enormi palle, contornate da un’enorme ed eretto pene. Insomma. Non avevo davvero parole. E infatti avendole finite, sono passato ai fatti. E che fatti. Prima ci siamo baciati a lungo, per poi passare a grandi acrobazie nel corridoio. E sul divano della sala d’aspetto. La cosa più sorprendente è che ha tirato fuori da un cassetto preservativo e lubrificante. Organizzaterrimo. E bè poi non credo ci sia da aggiungere molto altro, se non che finalmente ne abbiam fatte davvero di ben donde. Finito il circo, però ci siamo dati appuntamenti il mese prossimo, perché in fondo, dovrà farmi sapere cosa risponde l’assicurazione. Ed io, muoio dalla voglia di saperlo. Assolutissimamente.

giovedì 23 agosto 2012

Rileggiamoli: Un post gelato.





Questo blog oramai assomiglia sempre di più al mio letto. E’ vuoto. Sarà il periodo. Sarà che io ho la testa da tutt’altra parte, ma quando non gira bene, non gira. E ovviamente, questo pisello odoroso ne risente moltissimo. Sto anche seriamente pensando di eliminare Annabelle Bronstein. Credo che lei sia davvero morta, per cui non ha molto senso ancora a continuare ad utilizzare impropriamente la sua immagine, se quel mood, ahimè, pare essersi volatilizzato chissà dove. Mi sento obbligato ad essere sincero con voi e preannunciarvi quello di cui disquisirò nelle prossime righe. Io odio il Natale.

Lo odio tantissimo. Diciamo che questo mio odio verso il Natale ha delle radici lontanissime. Ben radicate. E anche innaffiate. Nel tempo, intendo. Quando ero piccolo, avrò avuto dieci anni, ero un assiduo frequentatore dell’oratorio, e dell’azione cattolica. Non giudicatemi. Proprio durante una messa di Natale di mezzanotte presa da uno spasmodico bisogno di andare a fare la pipì ho abbandonato il rito prima di farmela sotto. Il wc (adoro chiamarlo così) era all’intero di una stanza alla quale si accedeva tramite un’altra ancora che in quei giorni veniva utilizzata come magazzino.

E dentro vi erano una marea di statue: di Gesù, Madonne a lutto e croci varie, di Pasqua soprattutto, che durante le feste di Natale venivano spostate per far posto all’enorme presepe a semigrandezza naturale. Insomma io mi sono chiuso le porte dietro, e sono rimasto chiuso dentro. Dopo averla fatta tutta mi sono reso conto del dramma che stavo vivendo e al quale non sapevo come porre fine. Ero nel lato più esterno del palazzo e nessuno mi sentiva, con le inferriate alle finestre. E all’epoca non c’erano cellulari. In conclusione sono rimasto chiuso tutta la notte della vigilia in quel magazzino, e i miei hanno passato la nottata dai carabinieri, che alle 6 del mattino hanno finalmente avuto un’intuizione.

Visto che l’ultimo posto dove mi avevano visto tutti era stata la chiesa, si sono venuti a fare una passeggiata. Alle 7 finalmente l’incubo finì. Credo di aver pianto tutte le lacrime a disposizione di un ragazzino di dieci anni, in quella notte, ed ero spaventato non perché io non riuscivo ad uscire, ma semplicemente perché quelle statue mi facevano una paura matta. Mi sono dimenato per almeno mezz’ora, ma nessuno mi ha sentito, c’era comunque la messa ancora, fino a quando non mi sono addormentato per terra. Quando il carabiniere mi ha trovato, infreddolito, addormentato sul pavimento mi ha preso in braccio ed avvolto al mio cappotto. Mi sono subito svegliato, ed ho ricominciato a piangere.

E non ho smesso neanche quando sono tornato fra le braccia di mio padre, che a sua volta piangeva anche lui. E non ho smesso neanche in macchina. Quando poi sono ritornato a casa ho continuato a piangere perché in assoluto silenzio erano tutti li. Zii, cugini, nonni e mamma, soprattutto, inconsolabile sul letto che urlava. Come mi hanno visto si sono rilassati tutti, anche se io non smettevo di piangere. Ed ho pianto per almeno altre due ore, fino a ora di pranzo. Pranzo che per la prima volta era felice. Era tornato a tutti il sorriso quel giorno, perché io ero li con loro. Io non sono stato subito bene. Per due mesi ho avuto incubi di quel Natale.

Ecco perché odio profondamente il Natale. Con il tempo poi, crescendo, il mio odio è cresciuto sempre di più perché a Natale tutti sono sempre molto più felici. E puntualmente, ogni Natale, io avevo qualche motivo per non esserlo. E quelli che mi hanno circondato, e mi circondano anche oggi, hanno avuto quasi sempre la stessa identica reazione. Penso a Giulia, soprattutto. Che odia le luminarie di Natale, quanto me. Odia le coppie che si stringono in abbracci  caldi e baci mozzafiato. Odia tutti quelli di cui ignori l’esistenza che magari se gli passi a un palmo di naso ti ignorano, ma invece a Natale devono farti gli auguri e chiederti se sei fidanzata. Li odio anche io.

Quando ho scelto il lavoro da fare da grande, ne ho scelto uno che prevedesse di lavorare anche alle feste, e infatti per tre Natali consecutivi ho sempre lavorato. Adesso anche questa certezza si è andata a far fottere. Ma vabbè, ho deciso che per me il Natale durerà meno quest’anno. E non gli darò la soddisfazione di farmi sopraffare da tutti questi brutti pensieri che mi riempiono il cervello, affatto. Solo per un motivo. Anche Guy quest’anno sta cercando di farsi prendere bene il Natale. Ok, adesso, farsi prendere bene il Natale mi sembra un po’ troppo. Diciamo digerirlo senza Geffer almeno. Io ci proverò per lo meno. Ma ovviamente non sono sicuro di riuscirci.

Volevo anche scrivere una lettera a Babbo Natale. Ma poi ho pensato che forse era più utile mandarla a Paolo Fox, che quest’anno ci ha preso su tutto con il mio segno. Il lavoro, la famiglia, gli amici. Tutto. Tranne una cosa: l’amore. Ovviamente. Paolo Fox è convinto che io abbia un partner con il quale da mesi sia in crisi. No mio caro. Forse sono in crisi con me stesso, e i pochi post lo potranno anche confermare, ma crisi con un partner proprio no. Anzi, mi farebbe piacere averci una crisi con un qualche partner, così almeno approfitterei del Natale per riappacificarci e perdonarlo. Si perché sarebbe sicuramente colpa sua.

Chiarito il mio odio per il Natale, vi voglio far notare che sempre grazie a Guy un po’ di Natale si è appoggiato anche qui, ma voglio lasciarvi con un testo di una canzone che dal primo ascolto mi ha segnato, perché inspiegabilmente mi ci ritrovo. E non poco.

“Cade la neve ed io non capisco che sento davvero, mi arrendo, ogni riferimento è andato via spariti i marciapiedi e le case e colline, sembrava bello ieri. Ed io, io sepolto da questo bianco mi specchio e non so più che cosa sto guardando. Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Cose che spesso si dicono improvvisando: se mi innamorassi davvero saresti solo tu, l’ultima notte al mondo io la passerei con te mentre felice piango e solo io, io posso capire al mondo quanto è inutile odiarsi nel profondo! Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve. E non si scioglie mai, neanche se deve. Non darsi modo di star bene senza eccezione, crollare davanti a tutti e poi sorridere. Amare non è un privilegio, è solo abilità, è ridere di ogni problema mentre chi odia trema. Il tuo sorriso dolce è così trasparente che dopo non c’è niente, è così semplice, così profondo che azzera tutto il resto e fa finire il mondo. E mi ricorda che il coraggio non è come questa neve. Ho incontrato il tuo sorriso dolce, con questa neve bianca adesso mi sconvolge, la neve cade e cade pure il mondo anche se non è freddo adesso quello che sento e ricordati, ricordami: tutto questo coraggio non è neve”. “L’ultima notte al mondo” – Tiziano Ferro.

Per intenderci, quando io ho visto quel sorriso la prima volta la neve non c’era, ma faceva comunque molto freddo. E fa freddo anche ora. Molto. 

mercoledì 22 agosto 2012

Rileggiamoli: Un post devastante. Sotto ogni punto di vista, anche e soprattutto da quello grammaticale.




Avere un blog è terapeutico. Di solito. Forse per me è difficile anche questo. Devo premettere che questo post l’ho scritto tipo un mese e mezzo fa. E da allora è come se io fossi rimasto sospeso. Forse in attesa di prendere in considerazione l’eventualità di postarlo. Ed è l’unica cosa che ho avuto modo di scrivere. Insomma ve ne renderete conto alla fine. Comunque, quando passi tempo a rimuginare sul da farsi, e io nello specifico sono tipo da tre mesi e mezzo che rimugino. Ma non potevo permetterlo troppo, insomma avevo ben altro a cui pensare (vedi post precedente) e in soldoni non volevo proprio deprimermi per quello di cui non ho il coraggio di fare.

Bene, adesso, finalmente, posso. Preambolo, del preambolo, al quanto necessario. E’ dallo scorso 6 agosto, alle tre di notte per l’esattezza, quando dopo una twitter cena dove ho chiaramente dato il peggio di me, visto le presenze, e visto soprattutto che avevo un pizzico di ansia mista ad agitazione, che penso di voler fare questa cosa, ma ancora oggi non  mi sono deciso. E di solito sono una persona decisa. Di solito. Devo fare un’altra postilla. Mamma che casino questo post. Questa è una postilla necessaria. Sempre dopo quella twitter cena, oltre ad aver deciso di fare qualcosa (ve lo dico cosa, ci arriverò, prima o poi) avevo ancor prima deciso che forse lui non era così importante.

E che nonostante il tempo sia passato e volato via, insieme era volata via anche tutta la voglia di ficcargli la mia lingua in bocca. Ok. Non era vero niente. Ho mentito a me stesso. Ma forse più che dire una bugia stavo solo cercando di impartire un ordine al mio cervello. Si, c’è ancora. Ordine difficile da decodificare. Almeno per me. Ma adesso arrivo al dunque. A metà settembre, in ferie, lontano da Roma avevo quasi creduto di aver raggiunto una certa lucidità. Erravo ancora una volta. Parlando con Giulia mi sono ritrovato a vuotare il sacco: le cose finchè non le dici ad alta voce non sono vere. Ho deciso di invitarlo per un caffè. Ovviamente di contorno.

Motivo della convocazione provare a fargli capire che forse oltre al mio pessimo carattere, alla mia pigrizia e chiara assoluta pazzia bipolare in realtà c’è anche altro. C’è anche una persona un po’ più matura rispetto a tre/quattro anni fa, per esempio. Giulia ovviamente mi ha consigliato la cosa più difficile: scrivergli un messaggio e proporgli questo caffè, parlargli chiaramente ed essere sincero. “E se ti dovesse dire di no e ti ribadisce che non gliene frega un cazzo bè allora basta. Ma almeno hai tentato fino all’ultimo. Hai combattuto” ha concluso sicura. Le cose finchè non te lo dicono ad alta voce non sono vere. Bene, deciso il modo e i dettagli non mi restava che trovare coraggio e mandare questo benedetto messaggio.

Ma ahimè ancora non sono riuscito a trovarlo. Ne ho parlato anche con Guy, che prima era contrario a prescindere, ma dopo aver ben argomentato questa questione mi ha dato il suo ok, anche se era chiaro ad entrambi che stavo salendo su un aereo che si sarebbe andato sicuramente a schiantare. Ma oggi, (non oggi, parliamo di tipo due mesi fa) ho riaperto questo file ed ho richiamato la mia personalissima psicologa, con la quale avevo vagamente dimenticato di essermi lasciato in malo modo l’ultima volta. “Chi non muore”, esordisce come un’aspirina C nelle chiappe. Io mi agito. Vista anche la situazione. Mi scuso, anche se non mi ricordo il motivo del nostro litigio.

Le chiedo immediato consiglio sulla dura questione che ancora mi attanaglia. E lei, come se non ci fosse un domani, parte a manetta: “Io ti consiglierei di fare questo passo. Se sei arrivato a pensare di farlo forse inizi ad essere più concentrato sui tuoi desideri. A capire meglio le tue necessità e ad essere più sicuro di te stesso. Ma metti in conto anche che potrebbe andare male e il lavoro verrà dopo. Prenderne atto, coscienza e superarlo, finalmente. Insomma è da quel 2007 che tormenti te stesso e chi ti sta intorno con questa che non è stata neanche una storia. Questa sarà l’ultima possibilità. Poi si va oltre. Seriamente”. Fanculo. Fottutissimo fanculo. Prendo ancora tempo con la scusa che la prossima settimana comunque non avrei tempo.

Metto in stand-by il cervello, e chiedo a me stesso un po’ di tranquillità. Comunque non ho il coraggio di farlo. Ho paura. E se mi dicesse che non vuole incontrarmi, si alimenterebbe ancora di più la necessità di limonare con lui. Ne sono certo. E se mi dicesse si e poi mentre siamo lì mi dice di lasciar perdere? Le cose finchè non le senti con le tue orecchie non sono vere. Cerco di minimizzare, ma comunque la cosa mi terrorizza e non poco, e non riesco ancora a decidere. Neanche ora, neanche adesso. Vi inviterei a darmi consigli. Ma la paura fa pochi sconti, a me poi men che meno. Per ora vi invito stasera alla serata Popslut, e in realtà ho invitato anche lui, qualora venisse, magari trovassi il coraggio… Finchè non lo vedo con i miei occhi, non ci credo!

martedì 21 agosto 2012

Rileggiamoli: Le figure di merda di Annabelle Bronstein: il professore della commissione il giorno della Laurea.



Eccomi qua. E direi anche finalmente. Se avevate avuto il sentore che la cialtrona che è in me si fosse suicidata, beh, dovrete ricredervi. Perché eccola riapparire. In maniera del tutto inaspettata. Ed è riapparsa proprio ieri durante un momento di assoluta drammaticità della mia esistenza. Ovvero ero perso in quel di San Giovanni tra Via Gallia e Via Magna Grecia alla ricerca della mia università privata. Ovviamente me l'hanno pagata, perché figuratevi se io me la potevo permettere. In ritardo di almeno venti minuti sono arrivato alla reception dove mi aspettava una tale che ripeteva come un'ossessa “Lei è Bronstein? E' Lei? E' Lei???”. Si cazzo sono io, e sono tremendamente in ritardo, sfigata orrenda che non sei altro.

Arrivo nell'aula dove le discussioni delle tesi erano già iniziate, e mi rendo conto immediatamente di essere una provinciale. Tutti avevano un'abbigliamento sul casual andante, ed io avevo optato per una simpatica camicia e giacca. Davvero, stavo benissimo, ma effettivamente ero talmente sudato che la macchia di sudore mi arrivava al colletto della camicia stessa. Seduto a un posto qualunque mi sono asciugato il sudore e mi sono soffermato per la prima volta ad analizzare chi erano coloro che mi avrebbero interrogato di lì a poco. All'estrema destra c'era un bono stratosferico, presumibilmente barese dall'accento, capelli corvini con frezze brizzolate e abbronzato da fare schifo. Fede al dito. Fanculo.

Il secondo mi dava di conosciuto. Ma sono passato subito al terzo alla sua sinistra. Vecchio, partenopeo, simpatico, vagamente dolce ma orrendo. Torno al secondo. E inizio a fare un viaggio nella mia testa che neanche Gian Maria dei Prozac + alla sua festa di compleanno sotto acidi. Dove straminchia ti ho già visto? Penso, ma non mi torna affatto in mente. Eppure io so di averlo già visto da qualche parte, so di aver incontrato in un'occasione il suo sguardo. Cerco di ricordare se ho mai seguito una sua lezione. Ma sono sicuro di no. Eppure io non mi sbaglio. Comunque, cerco di ripassare qualche nozione che potrebbe servirmi, insomma devo pur sempre discutere una tesi. Anche se parliamo di un master.

Finalmente tocca a me. Da prassi io sono l'ultimo. Sono sempre stato l'ultimo e lo sarò sempre. Mi siedo e il caso vuole che proprio il mio professore misterioso si prende cura di darmi la mano e prende la mia tesi e comincia a sfogliarla. Figuratevi se c'era quella emerita stronza della mia relatrice, ma parliamo sempre dell'università privata. A quelli interessano i pippi. Mi siedo, e più da vicino sono ancora più convinto che io questo tizio (sulla trentina, mezzo rossiccio, leggera barbetta, bel fisico) ho avuto modo di vederlo già in passato. Ma chi stracazzo sei? Penso e ripenso. Chi sei? Ma perchè sono una fottuta celebrolesa? Mentre penso lui rompe il ghiaccio: “Piacere sig. Bronstein, finalmente ci rivediamo!” e mi stringe la mano.

Ci rivediamo? Ma chi stracazzo seiiiiiii??? Quando in un guizzo di lucidità capisco senza ombra di dubbio chi ho di fronte. Signori e signore io con questo tizio ci ho scopato un mese e mezzo fa. E il panico si è ufficialmente palesato. Trasalisco. Sbianco. Lo guardo fisso e mi rendo conto che lui ha capito che io ho finalmente capito di chi stravalalalasss si tratta. Rimango tipo stoccafisso e imploro che un fulmine mi colpisca nell'immediato. Ma ci sono almeno quarantotto mila gradi fuori ed è assolutamente improbabile. Decido di fare la ragazza con la patata al sugo, laddove sugo sta per “quei giorni” e fuggo in bagno.

Mi lavo la faccia e mi asciugo con i tovaglioli. E mi ritrovo a riflettere su quanto sia figo questo cesso. Ma vabbè, in realtà avevo ben altro a cui pensare. Cosa stracazzo sto facendo in questo cesso pazzesco quando devo discutere una stracazzo di tesi di master? Eh? Ma sei cogliona? Levati va. Torno in me ed esco dal bagno e quando rientro nell'aula sembro tipo una bambina che ha visto la Santa. Con un'aria melodrammatica che manco Mariangela Melato, sento uscire dalla mia bocca in maniera del tutto inapettata: “Chiedo scusa, mi sono vestito troppo pesante e mi stava mancando l'aria. E' tutto apposto, possiamo procedere, adesso”.

Comincio a discutere la tesi e, credetemi, non avevo minimamente idea di quello che stavo dicendo. La mia parlantina dei giorni migliore è venuta a salvarmi e mentre parlavo ci credevo davvero. Insomma ne avevo davvero di bendonde. Ma il dramma è sempre dietro l'angolo. E se aver sgamato che al professore avevo fatto una delle mie interviste approfondite vi sembra abbastanza, questo, inaspettatamente decide di interrompermi e farmi una domanda. Quella più temuta. Quella che più speravo non mi facessero. “Mi parli del bilancio d'esercizio”. Ahhhhh. Volevo urlare, fare una coreografia di Osvaldo Supino, strapparmi i capelli e farmeli ritrapiantare. Insomma, io davvero lo ignoravo con tutto me stesso.

E per la prima volta ho seguito il consiglio di mia madre. Ovvero ho detto la verità. “Professore, sinceramente non avevo previsto di approfondire la mia discussione sul bilancio, poiché si tratta di un'argomento talmente specifico e fuori dalle mie corde che è meglio non addrentarcisi. Però il bilancio si confà di tutti quei documenti che accertano la vita aziendale, lo stato patrimoniale, il conto economico e tutti i documenti che formano la nota integrativa. Rispettando i principi di chiarezza, verità.... E... E... E.... MMMMMMmmmmm. (Pezzo di merda aiutami, ne abbiamo anche già fatte di bendonde, aiutami, aiutamiii))))...”

“Vabbene, vabbene. E' stato esaustivo. Si può accomodare”. E grazie al cielo, penso. Mi alzo e mi accomodo fuori e attendo che ci richiamino per consegnarci l'attestato. Finalmente. Finita la manfrina della consegna, saluto i presenti e guadagno l'uscita con una sigaretta già in bocca. Quando vengo raggiunto da una mano che mi afferra la spalla. Ed è proprio il mio professore. “Complimenti, hai scritto una bella tesi”. Io, quasi a morire di vergogna rispondo vagamente: “Grazie, ma non è merito solo mio, ho avuto tanti colleghi e persone che lavorano con me che mi hanno aiutato...” Pausa. Pausa. Pausa. Rompo il silenzio, e mi viene in mente di fare una domanda idioterrima: “Bè tu come stai, come va?” e lui con un sorriso a trecento denti “Bene, il mese prossimo mi sposo, con la mia ragazza!”.

Bene. Annabelle is back. E le sue perenni figure di merda. Anche il giorno della laurea. Secondo voi cosa potevo aggiungere a quell'affermazione? Nulla. Mi sono girato e sono fuggito. Come se non ci fosse un domani.

Ottobre 2011

lunedì 20 agosto 2012

Dove eravamo rimasti?

Ri-eccomi!
Come sta andando la vostra estate? Bè ecco la mia è un pò noiosa, si perché ho già ripreso a lavorare da una settimana, e si sente ben poco l'aria estiva. Anzi, sento solo un caldo tremendo ma non sono affatto l'unico, suppongo. Sono qui a rompere il silenzio, e anche le vostre palle, per fare prima di tutto dei ringraziamenti molto sentiti a tutti coloro che in qualche modo hanno preso parte al giovedì random. Un'idea cotta e mangiata, che così come è nata è finita. Senza ringraziamenti, che faccio subito subito qui: un grazie ad Upclose che mi ha supportato nonostante la crisi in cui versavo, un grazie al Signor Ponza che ci ha creduto tanto (in me), un grazie a Fabry_ perché, lo sa lui! Ovviamente vanno ringraziate anche le RdP tutte, sempre!

Forse non tutti hanno realmente gradito questa rubrica, ma io si, e questo, neanche a farlo apposta è davvero quello che conta di più. Detto questo, volevo fin da subito comunicarvi che questo blog tornerà totalmente attivo (#credeghe) a partire dal 3 settembre 2012! Ma fino ad allora ogni giorno della settimana troverete un micropost estivo (adoro postare dal telefono) o comunque un post vecchio che secondo me va assolutamente riletto e tenuto a mente. Fino ad arrivare, per l'appunto a le grandi novità in vista. La prima fra tutte, una competition con un succoso premio in palio. Ma con calma vi darò davvero tutte le info.

Non resta che congedarmi, ma prima volevo invitarvi uno per uno a farmi un gran piacere, ovvero di votarmi ai Macchianera Blog Awards. Vi rimando al post del Signor Ponza con tutte le istruzioni chiare e precise per non sbagliare, e votare. Invitandovi soprattutto a pensare che anche una RdP come me vuole la sua fottuta nomination ad un award una volta nella vita! Ma vi farò le palle piene, statene certi, adesso vi lascio davvero, ma con la visione del nuovissimo trailer del blog, che io non posso fare a meno di adorare. Stay tuned!

giovedì 12 luglio 2012

Giovedì Random: E’ più fake l’account twitter di Marta Marzotto o il giornalismo italiano?


IL PUNTO del SIGNOR PONZA

 

C’è stato un momento nella vita del giovane Signor Ponza (quindi ere geologiche fa) in cui il desiderio di diventare giornalista è stato piuttosto forte. Quasi più forte di quello di diventare famoso tramite il mio blog. Poi questa tentazione è svanita e ora guardo indietro e mi dico “GRAZIE A DIO” (e nel frattempo faccio markette a go go al mio blog, grazie Annabelle che me lo permetti e non mi prendi a randellate sugli stinchi).

Lo stato del giornalismo in Italia, per utilizzare una delicata metafora, è oggi equivalente a quello dell’ex primo ministro israeliano Ariel Sharon. Per farsi un’idea basta visitare le prime pagine dei siti delle due maggiori testate del nostro Paese, Corriere e Repubblica, e fare con me questo gioco: vi sfido a trovare un giorno in cui non siano presenti in homepage link, gallerie di immagini o articoli contenente almeno due tette.

Il problema è che i giornalisti, o almeno la maggior parte di essi, non ha ancora ben capito come relazionarsi al magico mondo dell’internèt. E’ un po’ lo stesso problema che ho io nei confronti dei bambini piccoli. Li vedo, li guardo, ma mi fermo lì. Non saprei da che parte prenderli, come tenerli e soprattutto come devo rivolgermi a queste piccole creaturine malvagie (EVITANDO OVVIAMENTE QUELLA VOCE STUPIDA CHE TUTTI GLI ADULTI USANO QUANDO PARLANO CON ESSERI UMANI DI ETA’ INFERIORE AI 5 ANNI). Lo stesso fanno i giornalisti. Setacciano twitter e Facebook alla ricerca di notizie che non sono notizie, spesso rimanendo vittime di grandi sviste e incomprensioni, perché non hanno la minima idea di come funzionino.

Mi piace citare il caso di @marta_marzotto, account volutamente e dichiaratamente (fin dalla bio) fake e scherzoso che rende omaggio a una delle donne più ironiche del mondo della moda. Una “giornalista” del secolo XIX ha ovviamente frainteso (più o meno in modo intenzionale) le vere finalità dell’account e ha contattato Marta, quella vera, telefonicamente. “Intervista” telefonica da cui è nato questo “articolo”. Il valore? Il significato? Ditemelo voi perché io non l’ho intuito, pur essendo laureato.

Che poi si potrebbe aprire un ulteriore intero capitolo sul fatto che è più probabile che l’Europa esca della crisi entro fine mese che i giornalisti mettano un link ai contenuti che citano all’interno dei loro articoli.

#RipGiornalismo


Se anche tu sei rimasto totalmente convinto e appassionato dal punto di vista del Signor Ponza, leggilo su Così è (se vi pare) e non perdere l'occasione di metterti in discussione!!!!

giovedì 5 luglio 2012

Luglio, grigio.







Rompo il silenzio. Nonostante il giovedì random sia una delle rubriche più criticate del mese, e nonostante le visite siano triplicate, mi urge aprirmi a voi. Come se non ci fosse un domani. E mai espressione fu più azzeccata per descrivere questo periodo. Chi mi conosce bene lo sa che io d’estate rinasco. Ma saranno i miei 29 anni, che non ho ancora accettato totalmente, e sarà anche il caldo devastante degli ultimi tempi, io mi sento davvero morire. Dentro, soprattutto. E non è affatto un bene.

Le motivazioni sono troppe. E diverse. Sono insoddisfatto per quanto riguarda il mio lavoro. E malgrado questo so che non è affatto periodo di lamentarsi per il lavoro. Insomma con sta crisi. Sono insoddisfatto per le mie amicizie. Riesco solo a litigare ed eruttare acido verso chiunque. Sono insoddisfatto per quanto riguarda la mia vita sentimentale. Anzi. Fate conto che non esiste. E non mi interessa davvero nessuno. Sono insoddisfatto della mia casa, e del mio coinquilino. E non riesco a trovare nessuno che mi dica “Ok, prendiamo casa insieme”. Nessuno.

E inaspettatamente sono insoddisfatto del sesso. E nonostante come mi sento, i miei oroscopi sono pazzeschi. Gli oroscopi che chiunque vorrebbe leggere la mattina. Io mi sento solo apatico. Triste. Spento. Morto. A tal punto che mi sembra di vivere la mia vita come se qualcun altro la stesse vivendo per me. E io sia intrappolato in una merda di avatar orrendo. E non mi riesco a liberare. Né dell’avatar né di quello che mi circonda. Vorrei scappare, davvero e non tornare più. Per almeno sei mesi. Ma sono un vigliacco.

E quando uno è un  vigliacco, e ne è cosciente, non è capace neanche di scappare. Non volevo scrivere robe simili, sinceramente. Ma devo un post nuovo a questo blog. E mi sono lasciato andare senza filtri. Perché prima o poi dovrò eruttare. E siccome mi capita di eruttare con le persone sbagliate, forse è il caso che io lo faccia qui, dove potete cliccare in alto a destra la croce e liberarvi di questo sfogo. Perché nel bene e nel male sono questo. E non posso non essere sincero. Almeno qui.

Se guardo indietro nel tempo ho sempre avuto una vita abbastanza altalenante. Non sono mai stato pienamente felice, e se forse lo sono stato in realtà c’era sempre un tassello che non era al suo posto. Forse è vero che io mi fisso. E forse è anche vero che chiedo affetto a chi in realtà non ha alcuna voglia di dimostrarmelo. Però se fosse per me mi chiuderei in casa dalla mattina alla sera senza mettere il naso fuori. E questo non mi piace. Sono spie insidiose di qualcosa che può trasformarsi in un qualche dramma, vero.

E si sa, che i drammi sono sempre dietro l’angolo. Ma dovrò pur ricominciare da qualche parte. Eppure non ci riesco. Sono insicuro. Talmente tanto insicuro che sto lentamente cominciandomi ad odiare. Odio la mia immagine, e la mia faccia. E i miei atteggiamenti. E sento crescere solo ansia. Un’ansia che mi sta consumando. Nelle ultime tre settimane ho passato il pomeriggio sul letto. A pensare. A pensare cosa scrivere. E non mi è venuto in mente niente. Quando in realtà potevo cominciare a chiarire innanzitutto a me stesso chi sono.

Perché in fondo è questo il mio problema maggiore. Chi sono? Sembra che tutti sappiano chi io sia. Lo sa mia madre, mio padre. Mio fratello. E addirittura la sua ragazza che mi conosce da meno di due anni. Lo sa mio zio, che sfrontato fa battute come se ci fosse una confidenza. Lo sanno i miei amici. Anche se poi mi incavolo per un nonnulla. Lo sanno i miei colleghi di lavoro. Che credono che il mondo finisce al di fuori del timbro marcatempo. E lo sanno i miei numerosi, e diversi amanti. Che pensano che mettere un cazzo in culo sia la soddisfazione più alta alla quale possano aspirare. O possa aspirare io.

Potrebbe anche essere così, per loro. Non lo metto in dubbio. Ma per me? Cosa è davvero importante per me? Questo non lo so. O faccio finta di non saperlo. Perché forse è meglio così. Fa meno male. In fondo quanti di voi vogliono soffrire in maniera cosciente. Nessuno penso. Io lo faccio, costantemente. E mi illudo che il domani sia meno grigio, quando poi il giorno dopo è sempre peggio di quello prima. E non ci sono movenze pop che tengano. Perché non mi va. Non mi va davvero di fare niente.

Lo psicologo, dirà sicuramente che devo capire da solo. Ma io non gliela faccio a capire niente. Riesco a malapena a capire dove mi trovo ultimamente, figuariamoci se posso capire qualcosa di così profondo e impercettibile. Almeno agli occhi miei. E mi dilungo in cattivi pensieri che non mi danno risultati anzi, insinuano ancora più dubbi. E perplessità. La mia unica mossa, ed è quello che farò, perché insomma, smerdarmi così in maniera chiara dovrà pur servire a qualcosa, sarà pensare a cose piccoli e facili da realizzare.

Cose con un obiettivo chiaro, raggiungibile  e misurabile. Senza aspettarmi troppo dagli altri, e da me stesso soprattutto. Ricominciare, poco a poco a riprendere confidenza con me stesso, e con i miei simili. Perché neanche più quelli capisco poi tanto bene. E sperare, che in fondo, tutto questo prima o poi finisca. O si esaurisca da solo. E pensare, per la prima volta, solo ed esclusivamente a me. Sperando che il caldo soffochi anche questo luglio grigio e triste.